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IL MALTORTO

8 ott
Tempo di lettura: 9 min

Quando il trauma attraversa le generazioni


Quando pensiamo al trauma, siamo abituati a pensarlo come qualcosa di personale.

Il mio trauma.

La mia ferita.

La mia storia.

Il trauma sul quale ho lavorato e che, attraverso un percorso terapeutico o di consapevolezza, ho cercato di elaborare.

Ma siamo sicuri che il trauma possa essere realmente considerato qualcosa che appartiene a una sola persona?

Forse questa è la prima domanda da cui partire.

Non parliamo qui di identificazione. Non significa affermare che una persona debba riconoscersi nel trauma di qualcun altro, né che debba assumere su di sé una storia che non le appartiene.

Il problema è un altro: quello dell'appartenenza sistemica.

Un evento traumatico non accade mai nel vuoto.

Accade dentro una rete di relazioni.

Coinvolge chi lo subisce, chi lo provoca, chi assiste, chi cerca di proteggere, chi rimane escluso, chi viene dopo. Può coinvolgere una famiglia, più famiglie, una comunità, una generazione e, talvolta, generazioni che non erano ancora nate quando l'evento si è verificato.

Per questo forse dovremmo smettere di chiederci soltanto:

“Di chi è questo trauma?”

e iniziare a domandarci:

“Quale sistema ha generato questo evento e quali configurazioni ha prodotto?”


Il Maltorto

Nelle antiche rappresentazioni della sofferenza familiare troviamo l'idea del maltorto: qualcosa che è accaduto nella continuità della stirpe e che, in qualche modo, sembra continuare a produrre conseguenze oltre il momento originario.

La cultura contemporanea dispone di strumenti completamente diversi per interrogare questo fenomeno.

Parliamo di trauma intergenerazionale, trasmissione familiare, epigenetica, memoria, attaccamento, sistemi complessi.

Ma la domanda rimane sorprendentemente simile:

può un evento continuare ad avere conseguenze anche quando l'evento è terminato?

Una morte è accaduta.

Una guerra è finita.

Una violenza è cessata.

Una persona è morta.

Eppure possono persistere conseguenze.

Non necessariamente l'evento in sé.

Possono persistere una paura, un comportamento, un silenzio, una modalità relazionale, una rappresentazione del mondo, una particolare organizzazione della famiglia.

Potremmo allora formulare, come ipotesi interpretativa, che:

Il trauma transgenerazionale non consista necessariamente nella trasmissione dell'evento, ma nella persistenza o nella trasmissione di configurazioni relazionali e comportamentali associate alle conseguenze dell'evento.


Il trauma non è una proprietà privata

Se guardiamo l'esperienza umana attraverso una prospettiva sistemica, l'individuo non è un'isola.

Siamo organismi inseriti in altri organismi: famiglia, comunità, cultura, ambiente.

Un bambino non riceve soltanto un patrimonio genetico. Riceve un ambiente relazionale. Riceve linguaggi, comportamenti, paure, aspettative, silenzi, rituali, racconti e non-racconti.

E soprattutto riceve un sistema di relazioni.

Per questo anche l'espressione “il mio trauma” merita una riflessione.

Possiamo certamente dire che io ho vissuto un trauma.

Ma questo non significa necessariamente che il trauma sia una proprietà esclusiva dell'io.

Un evento traumatico può essere vissuto da una persona e contemporaneamente modificare l'organizzazione di molte altre.

E colui che subisce il trauma non è necessariamente l'unico soggetto coinvolto nella sua propagazione.

Anche chi agisce, chi assiste, chi protegge, chi nega, chi tace e chi nasce successivamente può entrare nella configurazione prodotta dall'evento.

Il trauma, allora, non è soltanto una ferita individuale.

È anche un evento relazionale.


L'intelligenza del sistema

È qui che la teoria dei sistemi complessi apre una prospettiva utile, purché non venga confusa con una spiegazione specifica della trasmissione del trauma.

Pensiamo a uno stormo di uccelli.

Non esiste necessariamente un uccello che dirige lo stormo impartendo ordini agli altri. Eppure lo stormo cambia direzione, si compatta, si espande e reagisce all'ambiente come un sistema organizzato.

Oppure pensiamo alle colonie di insetti sociali: comportamenti semplici dei singoli possono produrre strutture collettive complesse.

Questi esempi documentano fenomeni di coordinamento ed emergenza in sistemi biologici; non dimostrano, da soli, l'esistenza di un analogo meccanismo nelle famiglie né una trasmissione transgenerazionale del trauma.

Sono state inoltre proposte ipotesi più radicali, come quelle associate a Rupert Sheldrake attraverso i concetti di campi morfici e risonanza morfica. Si tratta di una proposta teorica controversa, non generalmente accettata come spiegazione scientificamente dimostrata e non supportata da evidenze sufficienti per essere considerata un fatto acquisito.

Può tuttavia essere utilizzata, con cautela, per formulare una domanda epistemologica:

dove si trova l'informazione che organizza un sistema?

La domanda è più ampia della risposta.

Sappiamo che esistono proprietà emergenti: caratteristiche che, in determinati sistemi, non sono adeguatamente descritte dalla semplice somma delle caratteristiche dei singoli elementi.

Da qui possiamo chiederci, come ipotesi di lavoro nell'ambito delle scienze relazionali:

può una famiglia presentare una configurazione che non sia comprensibile soltanto attraverso le caratteristiche dei suoi membri considerati separatamente?


Il Campo

Il termine “campo” diventa allora particolarmente suggestivo, ma il suo significato deve essere precisato.

In fisica, un campo è una descrizione matematica di come determinate grandezze siano distribuite nello spazio e nel tempo.

Il campo gravitazionale, per esempio, non è un oggetto che possiamo prendere in mano. Eppure i suoi effetti possono essere misurati e descritti quantitativamente.

Questo non significa che ogni fenomeno invisibile debba essere attribuito a un campo fisico, quantistico o psichico.

L'invisibilità di qualcosa non costituisce, da sola, né una prova della sua inesistenza né una prova della sua esistenza.

Possiamo conoscere alcuni fenomeni attraverso effetti osservabili, ma per sostenere l'esistenza di una specifica entità o di un meccanismo occorrono definizioni operative, misurazioni e verifiche indipendenti.

È la stessa ragione per cui non vediamo direttamente il vento, ma possiamo misurarne il movimento e osservare muoversi le foglie.

Naturalmente il vento è un fenomeno fisico ben definito e misurabile: non possiamo usare questa analogia per dimostrare l'esistenza di un campo psichico o familiare.

Possiamo però utilizzarla per porre una domanda epistemologica:

quante delle forze che organizzano un sistema sono immediatamente visibili e quante devono essere ricostruite osservandone gli effetti?


Il vuoto non è necessariamente il nulla

Anche la fisica quantistica ci costringe a rivedere alcune intuizioni classiche.

Il vuoto quantistico non equivale al nulla assoluto: è lo stato di minima energia di un campo quantistico e conserva una struttura fisica ben diversa dall'idea intuitiva di uno spazio completamente vuoto.

Questo non significa che il vuoto contenga semplicemente “tutte le informazioni possibili”, né autorizza a trasferire direttamente concetti della teoria quantistica alla psicologia o alla genealogia.

Ma ci invita a una riflessione più circoscritta:

quanto di ciò che chiamiamo vuoto è realmente assenza e quanto è invece una condizione fisica che non sappiamo percepire con i nostri sensi ordinari?

Da qui nasce la questione dell'informazione.

Nella fisica contemporanea l'informazione è un concetto formalizzato nella descrizione di sistemi fisici e processi quantistici; il suo significato dipende però dal quadro teorico e non coincide automaticamente con la memoria psicologica o con il significato narrativo.

E allora possiamo porci una domanda che supera la fisica, senza presentarla come una conseguenza della fisica stessa:

che cosa significa conservare un'informazione?


Dove vive la memoria?

Quando parliamo di memoria pensiamo immediatamente al cervello.

Ma la memoria può assumere forme differenti, purché non vengano confuse tra loro.

Esiste una memoria neurobiologica.

Esiste una memoria comportamentale.

Esiste una memoria relazionale.

Esiste una memoria culturale.

Esiste una memoria biologica.

Il genoma stesso può essere considerato un sistema di informazione biologica, ma non è un semplice disco rigido.

La sequenza del DNA è relativamente stabile, mentre il modo in cui i geni vengono espressi può essere regolato dinamicamente dall'organismo e dall'ambiente.

L'epigenetica studia i meccanismi che regolano l'espressione genica senza modificare necessariamente la sequenza del DNA e ha mostrato la complessità del rapporto tra informazione genetica, ambiente e regolazione cellulare.

Questi risultati non dimostrano, da soli, che esperienze traumatiche individuali vengano trasmesse epigeneticamente agli esseri umani attraverso più generazioni. Le evidenze sulla trasmissione intergenerazionale di effetti legati allo stress sono articolate, dipendono dai modelli studiati e devono essere distinte dai processi di trasmissione sociale, culturale e relazionale.

Per questo la domanda:

“Il nostro archivio biologico è un disco rigido o un disco scrivibile?”

può essere una metafora utile, ma non una descrizione letterale.

La risposta più corretta è che la biologia non funziona come un computer.

Ma proprio perché il sistema biologico è plastico, possiamo parlare di modificabilità dell'informazione biologica e dei suoi processi di espressione, senza dedurne automaticamente la trasmissione ereditaria di ricordi o traumi.

E questo apre una domanda ancora più profonda:

se una configurazione può essere trasmessa attraverso processi biologici, relazionali o culturali, può anche essere trasformata?


La casa che ricorda

Pensiamo a una casa nella quale sia avvenuta una morte violenta.

La persona non c'è più.

Il corpo non c'è più.

L'evento è concluso.

Eppure la storia di quella casa può modificarne la percezione, la desiderabilità e persino il valore economico.

Negli Stati Uniti esistono normative statali differenti sulla comunicazione di determinati eventi avvenuti negli immobili, e gli immobili stigmatizzati possono essere oggetto di una particolare percezione da parte del mercato.

Ma ciò che interessa qui non è la norma.

È il paradosso.

Fisicamente la casa può essere identica a quella accanto.

Gli stessi metri quadrati.

Gli stessi muri.

Le stesse finestre.

Eppure un'informazione associata a quel luogo può modificare radicalmente il comportamento di chi lo osserva.

La casa non ha cambiato necessariamente la propria struttura materiale.

È cambiata la relazione tra la casa e l'osservatore.

E quella relazione può produrre effetti reali e osservabili.

È una domanda potente:

Dove risiede la memoria di un evento?

Nel luogo?

Nella materia?

Nel cervello di chi conosce la storia?

Nel racconto?

Nella relazione tra il luogo e l'osservatore?

Forse la domanda stessa è mal posta se cerchiamo la memoria in un unico punto.

Forse la memoria è, almeno in parte, una proprietà della relazione, intesa come formulazione teorica e non come proprietà fisica dimostrata del luogo.


L'onda

E allora torniamo al trauma.

Dove comincia?

È possibile stabilire con assoluta precisione il punto nel quale ha avuto origine?

E soprattutto:

quando possiamo dire che è finito?

Un evento accade in un determinato momento.

Ma le sue conseguenze possono continuare a propagarsi.

Come un'onda.

Non è necessario immaginare che l'onda conservi misteriosamente l'oggetto che l'ha generata.

L'onda è la conseguenza di una perturbazione che si propaga attraverso un sistema.

E questa può essere una metafora utile per comprendere alcuni possibili processi di persistenza del trauma transgenerazionale, non una descrizione letterale di un meccanismo già dimostrato.

Una perturbazione avviene.

Il sistema risponde.

La risposta modifica il sistema.

Il sistema modificato influenza le relazioni successive.

E le generazioni successive possono crescere dentro un sistema diverso da quello precedente all'evento.


Il trauma non appartiene: attraversa

Forse allora dobbiamo modificare anche il nostro linguaggio.

Non soltanto:

“Io ho il mio trauma.”

Ma:

“Io sono entrato in una storia nella quale esiste una configurazione traumatica.”

Non significa negare l'esperienza individuale.

Al contrario.

Significa collocarla.

Il trauma è vissuto dall'individuo, ma può essere associato a una rete più ampia di relazioni e conseguenze.

E quella rete non coincide necessariamente con la famiglia.

Può comprendere altre famiglie.

Altre generazioni.

Una comunità.

Una popolazione.

Una cultura.

Persino persone che non hanno mai incontrato direttamente colui che ha vissuto l'evento originario.

Per questo forse il concetto di interconnessione è più ampio di quello di semplice ereditarietà.

Tuttavia, l'esistenza di connessioni sociali o culturali non implica automaticamente una trasmissione biologica, né consente di attribuire a persone non direttamente coinvolte un trauma specifico senza adeguate evidenze.


E l'entanglement?

Qui occorre essere rigorosi.

L'entanglement quantistico è un fenomeno fisico reale e matematicamente definito. Non abbiamo però evidenza scientifica che dimostri che i membri di una famiglia siano “entangled” psicologicamente nel senso della meccanica quantistica.

Utilizzare l'entanglement come prova delle costellazioni familiari o della trasmissione transgenerazionale sarebbe quindi un salto non giustificato.

Possiamo eventualmente utilizzarlo come metafora epistemologica, dichiarandolo apertamente e senza attribuirgli valore esplicativo o probatorio.

La fisica quantistica descrive situazioni nelle quali le proprietà di sistemi microscopici non possono sempre essere rappresentate come completamente indipendenti e separate.

La teoria dei sistemi complessi mostra che, in alcuni sistemi, il comportamento complessivo non coincide semplicemente con la somma dei comportamenti delle parti.

La psicologia sistemica considera l'individuo in relazione ai contesti nei quali si sviluppa.

Sono linguaggi diversi.

Non sono la stessa cosa.

Non forniscono automaticamente prove l'uno a sostegno dell'altro.

Ma possono entrare in dialogo, purché siano mantenuti distinti i rispettivi livelli di descrizione.


E allora possiamo tornare al maltorto

Forse il maltorto era un modo antico, simbolico e antropologico per indicare qualcosa che oggi possiamo interrogare con strumenti molto diversi.

Non abbiamo bisogno di trasformare quell'antico concetto in una teoria scientifica.

Possiamo fare qualcosa di più interessante:

metterlo in dialogo con la conoscenza contemporanea.

Il trauma può lasciare tracce nella memoria.

La memoria può modificare il comportamento.

Il comportamento può modificare le relazioni.

Le relazioni possono modificare l'ambiente nel quale cresce la generazione successiva.

L'ambiente può interagire con i processi biologici.

E una configurazione familiare può quindi continuare a produrre effetti anche quando nessuno dei suoi membri conosce più consapevolmente l'evento originario.

Questa è una possibilità compatibile con diversi meccanismi di trasmissione sociale, relazionale e culturale; non costituisce però una dimostrazione generale di trasmissione biologica o di persistenza inconscia in ogni caso.

Non serve necessariamente un ricordo cosciente.

Può essere sufficiente una configurazione che continua a riprodursi, attraverso comportamenti, relazioni, norme familiari o narrazioni.


Ma la memoria è riscrivibile?

Questa è forse la domanda più importante.

Se il trauma attraversa le generazioni, dobbiamo necessariamente concludere che siamo condannati a ripeterlo?

No.

La biologia conosce la plasticità.

Il cervello cambia.

Le relazioni cambiano.

Le rappresentazioni cambiano.

I comportamenti cambiano.

Le narrazioni cambiano.

E anche il modo nel quale una persona interpreta la propria storia può cambiare.

Queste possibilità non garantiscono da sole il superamento del trauma, ma indicano che la persistenza di una configurazione non equivale necessariamente alla sua inevitabilità.

Allora il problema non è soltanto:

“Come si trasmette il trauma?”

La domanda più radicale diventa:

Se ciò che è stato scritto nella memoria del sistema può attraversare le generazioni, può anche essere nuovamente riscritto?

Forse è proprio qui che termina il linguaggio della genealogia e comincia quello della trasformazione.

Perché comprendere da dove proviene una ferita non significa necessariamente doverla continuare.

E forse il vero superamento del maltorto non consiste nel cancellare il passato.

Consiste nel fare in modo che il passato non sia più obbligato a diventare il futuro.

 

 
 
 

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